LE INTERVISTE DI B&P: DOTTOR ENRICO PARAZZINI, L’ESPERIENZA CHE SI FA SAGGEZZA

Iniziamo le interviste del 2026 con il dottor Enrico Parazzini.
Nato a Milano nel 1944, laureato in Economia e Commercio nel 1968 presso l’Università Luigi Bocconi, coniugato, due figli e tre nipoti, Enrico Parazzini, dopo due brevi esperienze presso l’allora Arthur Andersen (oggi Accenture) e poi l’ufficio studi dell’Associazione industriali grafici della Lombardia, entra nell’ottobre del 1969 nella Direzione Finance di General Electric Information Systems Italia – già Divisione Elettronica Olivetti – ceduta nel 1970 al Gruppo Honeywell. In questa società assume ruoli di crescente responsabilità sino a ricoprire il ruolo di Direttore Centrale Amministrativo (1987-1990). Nel 1989 il gruppo francese Bull rileva le attività di information technology di Honeywell e viene nominato Direttore Generale Amministrazione, Controllo, Sistemi Informativi e Logistica. Ricopre questo ruolo sino agli inizi del 1992 quando entra nel Gruppo Pirelli, inizialmente come Direttore Pianificazione e Controllo, poi, a seguire, in qualità di Direttore Amministrazione, Pianificazione, Controllo, Acquisti ed infine come Chief Financial Officer di Pirelli Cavi e Sistemi (l’attuale Prysmian). Nell’ottobre del 2001 entra nel Gruppo Telecom in qualità di Chief Financial Officer, nel 2007 viene nominato Direttore Generale del gruppo, mantenendo nel frattempo, e sino al 2008, l’incarico di Amministratore Delegato e Presidente di Telecom Italia Media. Tra il 2009 e il 2016 è stato docente presso la Scuola di Direzione Aziendale Luigi Bocconi, è stato membro del Consiglio di Amministrazione di svariate aziende, tra cui Pininfarina e Italtel nonché Amministratore Delegato di Camfin e infine di Prelios (già Pirelli & C. Real Estate).

Come si può notare si tratta indubbiamente di un percorso professionale e manageriale straordinariamente ricco di significative esperienze, vissuto per giunta in anni complessi e talora molto difficili: un patrimonio di esperienze che non solo lo ha formato ma che soprattutto lo ha messo nelle condizioni di realizzare quel percorso di maturazione personale che gli ha consentito e consente di “guardare alle cose del mondo” con un quel tratto di saggezza, oggi non facilmente riscontrabile nel vissuto dei manager.

La conoscenza con Enrico Parazzini, risalente agli inizi degli anni ’70, si è consolidata nel tempo: un rapporto umano profondo di reciproca stima, dove conta non tanto la frequenza dell’incontrarsi ma il piacere di scambiarsi idee e opinioni, di commentare gli ultimi libri letti, senza dimenticare il piacere di condividere un buon piatto di spaghetti.

Senza voler anticipare i contenuti dell’intervista ci piace mettere in evidenza alcuni temi emersi nel corso dell’incontro, quali ad esempio:

  • l’importanza di essere vissuto e aver lavorato in ambienti “sani” dal punto di vista dei valori e dei principi;
  • l’impegno nell’insegnare ai propri collaboratori a lavorare bene e con impegno e ai figli a crescere con serietà e coerenza;
  • la conoscenza profonda delle persone come premessa indispensabile per impostare rapporti interpersonali basati su fiducia e rispetto.

La fotografia in bianco e nero di Robert Doisneau (1912-1994) che fa come d’abitudine da leitmotiv alle interviste di B&P coglie quell’attimo che molti di noi hanno vissuto quando si iniziava ad andare in bicicletta: da un lato lo sguardo teso ma anche la rassicurante presenza di una persona matura (probabilmente il padre), dall’altra la foga, l’energia e l’entusiasmo della ragazzina desiderosa di farcela, pedalando ed evitando di cadere. È un esempio semplice di vita vissuta e di cosa vuole dire far crescere i propri collaboratori, giovani in particolare: presenza, aiuto ma non “sostituzione”.

Ed ora spazio all’intervista.

Il tuo curriculum parla da solo: aziende che non solo hanno alle spalle una storia importante e di grande prestigio, come General Electric (ex Divisione Elettronica di Olivetti), Pirelli, Telecom, ma sono state e sono anche rilevanti per il contesto industriale italiano. è così quasi scontato il fatto che tu in quegli anni abbia incontrato manager e imprenditori che hanno lasciato “traccia” nel tuo sviluppo professionale. Tu a tua volta sei stato maestro di altri? Che tipo di maestro sei stato? Quali tracce pensi di aver lasciato? “Non ho mai insegnato ai miei allievi. Ho solo cercato di metterli nelle condizioni migliori per imparare”: sei d’accordo con Albert Einstein?

Rispondo molto volentieri a questa domanda che mi porta a fare delle considerazioni sul mio passato manageriale durante il quale ho per buona parte gestito persone e squadre al fine di raggiungere gli obiettivi che mi erano stati affidati. Probabilmente sono stato un “maestro inconsapevole” nel senso che la mia finalità non era tanto di insegnare quanto piuttosto di fare lavorare al meglio chi era con me, sapendo anche che il mio comportamento poteva essere preso ad esempio: un’ulteriore responsabilità. Ritengo quindi che le sagge parole di Einstein mi si attaglino solo parzialmente.

L’esperienza in Telecom rappresenta per certi aspetti un “unicum” nel tuo percorso professionale nel senso che il contesto tecnologico, la rilevanza sociale e politica dell’impresa e la complessità dell’ambiente relazionale circostante erano ben diversi, anche se sempre impegnativi, da quelli più “tradizionali” a cui eri abituato. Cosa ti hanno lasciato i sette anni passati in Telecom? Ne è valsa la pena?

Posto che entrare in Telecom per chiunque provenga da altre realtà sia come varcare la soglia degli “ottomila” nel senso che, per quanto si possa essere preparati, ci si trova ad agire in un ambiente imprevedibile, dove in ogni momento può succedere di tutto e non c’è modo di essere preparati abbastanza o allertati in anticipo. Quello che mi è rimasto di questa esperienza è la conoscenza di tante persone e in particolare delle istituzioni, realtà che non conoscevo avendo io vissuto in aziende molto lontane dall’establishment. Come è stato il rapporto con le istituzioni? Sgradevole, al punto che è stata la ragione della mia uscita da Telecom: non avevo più voglia di averci a che fare. Sotto il profilo strettamente professionale l’esperienza in Telecom è stata invece entusiasmante per i tanti progetti realizzati e incomparabile sotto il profilo della tensione motivazionale. In sintesi, due facce della stessa medaglia: entusiasmo da un lato, fastidio dall’altro.

Nell’intervistare manager o imprenditori le domande si concentrano per lo più sui successi raggiunti. Talora si fa qualche riferimento agli insuccessi, considerati come occasioni di apprendimento per non sbagliare in futuro: raramente ci si sofferma a prendere in considerazione le delusioni. Il poeta greco Focilide (VI secolo a. C.) ricorda che spesse volte bisogna essere stati delusi se si cerca di essere per bene. Tu sei mai stato deluso da situazioni o persone? In certe occasioni può valer la pena di correre il rischio di restare delusi? è prezzo che si può pagare?

Parlerei prevalentemente di delusioni da parte di persone a cui ho dato fiducia. Debbo riconoscere che le delusioni non mi hanno causato “danni” derivanti dai comportamenti altrui, piuttosto ho vissuto l’amarezza che nasce da aspettative che non sono state soddisfatte. In fondo la delusione è il risultato di una “fiducia tradita” ed è più legata agli aspetti valoriali che non a quelli comportamentali. In ogni caso la delusione è il prezzo che si deve pagare talora se si vuole convivere costruttivamente e positivamente con gli altri, dando a tutti delle opportunità. Infine non bisogna mai dimenticare che accanto alle delusioni ci sono anche tante bellissime e talora non previste “soddisfazioni”.

Per motivi anagrafici e di vissuto fai parte di quei giovani per i quali il lavoro era un asse portante della propria vita, un’occasione imperdibile per la propria crescita professionale e anche per il miglioramento economico, un momento di costruttivo e talora faticoso confronto con colleghi più anziani e con capi impegnativi ma anche esperti nel proprio sapere. Oggi i giovani non considerano il lavoro come un momento cardine della propria esistenza e spesso vivono in una specie di “solipsismo digitale” tra smart working e intelligenza artificiale, più o meno generativa. Che futuro sarà il loro? È prevedibile una specie di “rinascimento relazionale”, frutto di quei corsi e ricorsi storici di vichiana memoria? 

Essendo nato nel 1944 ho alle spalle una ottantina di anni che corrispondono ad altrettanti anni di storia del nostro paese: anni, quantomeno i primi sessanta, caratterizzati da crescita costante, sviluppo economico e grandi opportunità per chiunque avesse voglia di lavorare. Questo è l’ambiente in cui io e quelli della mia generazione siamo cresciuti: il lavoro significava aver la possibilità di fare ciò che ci piaceva e trarne sia un benefico materiale/economico sia una soddisfazione emotiva. Oggi il quadro è completamente cambiato: l’atteggiamento da parte dei giovani nei confronti del lavoro è “residuale” nel senso che prima viene il tempo libero e a seguire il tempo da dedicare al lavoro. Diversamente dai miei tempi, è ciò che si fa nel tempo non dedicato al lavoro che definisce la propria identità. Penso che questa situazione durerà fin tanto che si potrà godere di un livello di benessere generale favorito dall’assenza di quella “necessaria severità” che impone il cambiamento dei comportamenti nel momento in cui il “bisogno morde”.

L’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani ha scelto “fiducia” come parola dell’anno 2025, dopo “rispetto” nel 2024. Per Papa Giovanni Paolo II la fiducia bisogna meritarla con gesti e fatti concreti e per Tiziano Terzani il rispetto nasce dalla conoscenza e la conoscenza richiede impegno, investimento, sforzo. Ti ritrovi in queste parole? Come si declinano in un contesto lavorativo?

Io ho avuto la fortuna di aver sempre lavorato in ambienti sani e questo è importante perché qualifica anche le proprie esperienze: se non fosse stato così son certo che mi sarei dato da fare per cambiare. Proprio degli ambienti sani è il confronto basato in primis sulla verifica dei risultati raggiunti e sulle modalità con cui ci si relaziona con gli altri. Il confronto implica adattamento reciproco, aggiustamento nel modo di interagire, equilibrata presa di misura e si basa sulla fiducia reciproca: non c’è fiducia se non c’è rispetto e viceversa. Concordo con Tiziano Terzani: alla base di tutto c’è la conoscenza che non è un qualcosa che nasce spontaneamente ma è frutto di un percorso che richiede impegno, dedizione e tempo.

Cosa hai avuto modo di apprezzare in un manager e in un imprenditore? Cosa invece ti ha infastidito?   

Avendo lavorato in ambienti sani, come prima ho ricordato, ho avuto modo di apprezzare in manager ed imprenditori la lealtà, la sincerità e l’onestà intellettuale. Mi hanno sempre infastidito la supponenza e l’arroganza, che ho per fortuna raramente incontrato al di fuori del mio “perimetro abituale”. È un atteggiamento che trovo disgustoso quando è rivolto ai sottoposti o alle persone che ricoprono ruoli subalterni o più umili, ma questo purtroppo è un “classico”. Per converso l’arrogante o il supponente è prudente con i propri pari livello ed ossequioso nei confronti di chi sta sopra.

Nella tua carriera quanto è stata importante la famiglia? Se sì, come e perché? Come si bilanciano tra loro da un lato lavoro e impegni e dall’altro la vita familiare?

Partirei dal prendere in considerazione la mia famiglia d’origine e quindi i miei genitori. Io ho avuto la fortuna di vivere e crescere in una famiglia sana (non è un caso che questo aggettivo ricorra così di frequente in questa intervista), non ricca e nemmeno benestante, che ha visto il proprio appartamento distrutto dai bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale, ma dove si parlava, i rapporti erano solidi, si era spontanei. Io da ragazzino con la mia mancetta e la mia bicicletta mi sentivo “ricco”, ma “ricco dentro”. I componenti della mia famiglia d’origine erano artigiani: mia madre modista (realizzava in casa cappelli per signora), il nonno materno era un fabbro, mio nonno paterno (e per un breve periodo mio padre) aveva una aziendina che produceva oggetti in celluloide. L’artigiano sviluppa un atteggiamento che fa dell’autonomia l‘asse portante della propria esistenza che lo porta poi a convivere con l’incertezza di chi lavora in proprio. Mia moglie che aveva vissuto vicende personali ben più tristi delle mie, avendo perso il padre in tenera età, proveniva invece da una famiglia benestante, legata a forti valori e principi. Di fatto io e mia moglie abbiamo poi a nostra volta trasferito questo “imprinting di famiglia” ai nostri due figli. Bisogna in ogni caso ricordare che alla base di tutto ciò ed in modo più o meno evidente c’è poi il riferimento ai valori del cristianesimo che sia pure in modo decrescente si sono manifestati fino alla fine del secolo scorso in Europa, le cui radici “greco-romano- giudaico-cristiane” hanno rappresentato il cardine fondamentale della mia vita e ancor di più di quella di mia moglie. Concludendo, la famiglia ha sempre avuto la priorità assoluta: il lavoro ha sottratto talora tempo in termini di quantità, ma non è mai mancata la qualità del tempo passato assieme. Il fatto, infine, che per me il lavoro non sia stato vissuto come un sacrificio ha contribuito a creare un sano equilibrio familiare.