LE INTERVISTE DI B&P: RENATO BONIARDI, PRESIDENTE DI BONIARDI&PARTNERS
Questa intervista conclude dopo oltre dieci anni l’“Angolo della riflessione”, rubrica presente nel sito di Boniardi&Partners.
Nato a Milano nel 1951, laurea in Giurisprudenza presso l’Università Statale di Milano, corso di specializzazione presso la Stanford Business School, Renato Boniardi iniziò il proprio iter lavorativo nell’area delle risorse umane prima presso la società General Electric Systems Italia (poi Honeywell Information Systems Italia) e a seguire presso la Star Alimentari. Nel 1979 ha intrapreso la collaborazione con GEA Consulenti di Direzione aziendale che ha lasciato nel 2014 in qualità di Senior Partner dell’area Executive Search e Risorse umane. Sempre nel 2014 ha avviato la società Boniardi&Partners, dedicata alle attività di Executive Search e sviluppo organizzativo. Negli anni 1984-1989 è stato assistente presso la cattedra di Sociologia del diritto presso la facoltà di Giurisprudenza della Università di Bologna, mentre negli anni 2000-2005 ha ricoperto l’incarico di professore a contratto di Sociologia del diritto e Sociologia del lavoro presso la facoltà di Giurisprudenza della Università Statale di Milano. Fa parte del comitato scientifico della rivista Sviluppo e Organizzazione, è coautore dei libri “Assenteismo e malattia nell’industria. Un’analisi sociologico – giuridica” e “Leadership e organizzazione. Riflessioni tratte dalle esperienze di altri manager: 14 interviste fuori dal coro”.
Questa intervista da lungo tempo meditata ha avuto luogo in una giornata di splendido sole a Bormio sabato 7 febbraio 2026, in concomitanza con la gara di discesa libera maschile alle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 che ha visto lo sci azzurro conquistare due medaglie, argento e bronzo. Data storica che ricorderemo, non tanto per l’intervista ma grazie a Giovanni Franzoni e a Dominik Paris.
A differenza di quanto fatto in precedenza non sono riportati alcuni contenuti dell’intervista: in questo caso lasciamo al lettore l’occasione di poter conoscere Renato Boniardi senza “anticipazioni”.
Il “commento grafico” all’intervista propone il bronzo dell’artista Zenos Frudakis che dal 2000 si trova a Philadelphia (Pennsylvania) di fronte agli uffici del gruppo farmaceutico GlaxoSmithKline. Quest’opera dal titolo Freedom è da sempre e non a caso l’apertura del sito di Boniardi&Partners.
Zenos Frudakis così commentava la sua opera: “Volevo creare una scultura che chiunque, indipendentemente dal proprio contesto, potesse guardare e percepire immediatamente l’idea di qualcuno che lotta per liberarsi. Questa scultura rappresenta la lotta per la conquista della libertà attraverso il processo creativo. Anche se ho provato questa sensazione a causa di una particolare situazione personale, ero consapevole che si trattava di un desiderio universale. Tutti hanno bisogno di uscire da qualche situazione – che si tratti di una lotta interiore o di una circostanza contraddittoria – e di essere liberi”.
Ed ora lasciamo spazio all’intervista.
Nella tua carriera lavorativa sono presenti due importanti “momenti professionali”: il primo vissuto all’interno di contesti aziendali, il secondo caratterizzato dall’esperienza consulenziale. Rifaresti questo percorso? Esiste un fil rouge che lega tra di loro queste esperienze?
Mi fa molto piacere che i due “momenti professionali” siano definiti importanti, perché lo furono. L’esperienza in azienda, più breve rispetto a quella in consulenza, è stata vissuta in due contesti assai diversi tra di loro, che messi assieme hanno però valorizzato le loro differenze. General Electric Information Systems Italia (poi Honeywell Information Systems Italia) acquisì a metà degli anni ’60 la Divisione elettronica della Olivetti: una unione straordinaria fatta non solo di manager di assoluto e mai più ritrovato valore ma anche di un rarissimo mix di cultura da un lato di pianificazione/controllo di gestione e dall’altro di attenzione a quella che io definisco la “la valorizzazione complessiva” della risorsa umana, senza dimenticare la grande attenzione per la fabbrica e la ricerca e sviluppo. La STAR azienda alimentare italiana di oltre 3.000 dipendenti guidata da un imprenditore illuminato quale Danilo Fossati mi insegnò l’importanza di saper coniugare la competenza con la rapidità di esecuzione. Viene poi l’esperienza in consulenza che mi ha visto per ben 35 anni operare all’interno di GEA Consulenti di direzione aziendale, esperienza indimenticabile che mi ha fatto comprendere l’importanza – nella professione come nella vita – del rigore dei contenuti professionali come pure dei comportamenti. Siamo così giunti alla creazione di Boniardi&Partners che di fatto completa il mio percorso professionale e che probabilmente è frutto anche di una tradizione imprenditoriale di famiglia (mio padre e mio nonno materno). Rifarei questo percorso? Di corsa: ho avuto infatti la fortuna, oggi quasi inimmaginabile, di lavorare in tre grandi “scuole”, diverse ma di “grande sostanza” (Paul Valery diceva: “Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze”). Il fil rouge? Semplice: credo nell’Uomo.
Un aspetto che caratterizza il tuo vissuto è l’alternanza tra lavoro e studio: casuale o ricercata? La consiglieresti? Oggi è riproponibile?
In un lontano giorno di luglio 1970, da poco diplomato e in vacanza, mia madre mi recapitò un questionario (strumento a me che uscivo fresco fresco dagli studi di greco e filosofia del tutto sconosciuto) inviatomi da un’azienda americana (General Electric) che progettava computer (le cose più lontane dai miei pensieri e dalle mie passioni). Per rispetto di mia madre lo compilai e lo spedii: mai avrei pensato di entrare così nel mondo del lavoro. Più casuale di così… E questo fu l’inizio, con il senno di poi molto fortunato anche se assai impegnativo, del mio percorso professionale. Confesso che negli anni a seguire non mi feci condizionare dal caso nelle mie scelte di lavoro: la fortuna aiuta gli audaci ma non esageriamo… Nel corso degli anni ho avuto prima l’occasione di frequentare un corso presso la Stanford Business School (1995) e successivamente l’opportunità di ricoprire per alcuni anni (2000-2005) il ruolo di professore a contratto di Sociologia del diritto e di Sociologia del lavoro presso l’Università Statale di Milano: per me in assoluto il più bel lavoro se così si può definire, che ti sprona ad essere sempre più aggiornato (e quindi a studiare) e a stare a contatto con i giovani. Personalmente mi sento di suggerire, ove possibile e guardando in particolare agli anni futuri caratterizzati sempre più da dinamismi tecnologici non sempre prevedibili, un’equilibrata alternanza lavoro-studi. Bisogna però tener sempre presente che questa alternanza non “piove dal cielo” ma richiede molto impegno, dedizione e soprattutto passione.
Tu hai alle spalle un percorso lavorativo lungo oltre cinquant’anni: Che bilancio ne fai? Cosa è contato di più? Hai qualche rammarico?
Penso che da quanto ho prima esposto emerga che il bilancio del mio percorso lavorativo non possa che essere definito decisamente positivo ed anche gratificante. Cosa è contato di più? Tante cose, indubbiamente. Tra queste in primis le persone: io ho incontrato ed ho anche lavorato con imprenditori di successo di prima e seconda generazione, manager affermati, accademici di valore. Ma non posso dimenticare quelle persone semplici, artigiani o contadini che fossero, conosciuti soprattutto in gioventù, che mi hanno fatto capire che nelle relazioni umane quello che conta è innanzitutto il profondo rispetto che si deve avere per tutti, indipendentemente dal ruolo che occupano (Claude Monet diceva che ogni colore che noi vediamo nasce dall’influenza del suo vicino). A seguire metterei l’importanza della cultura, quella che Gaetano Salvemini definiva il “superfluo indispensabile”. Ad esempio, per quanto attiene al tema della leadership ho imparato molto anche da quelle che definisco le “letture trasversali”, come le pagine che Lev Tolstoj ha dedicato in Guerra e pace al generale russo Kutuzov a seguito della battaglia di Borodino oppure l’Anabasi di Senofonte, libro in cui l’autore ricorda le traversie ed i pericoli vissuti nell’arco di oltre un anno per riportate in patria diecimila soldati greci, affidandoli poi al generale spartano Tribone. Non a caso George Steiner ricordava che quando chiudiamo un libro non siamo più quelli che eravamo prima di leggerlo. Rammarico? Sì, uno: la scarsa esperienza internazionale, non tanto in termini linguistici ma di vissuti.
Quali saranno secondo te i principali temi che caratterizzeranno il management dei prossimi anni? L’orizzonte è carico di preoccupazioni oppure è foriero di sfide e opportunità?
Questa è una delle classiche domande che si fanno soprattutto a coloro che lavorano in consulenza o a professori che insegnano in rinomate sedi universitarie: farò del mio meglio. Conoscendomi, mi permetto di lasciare un attimo da parte le preoccupazioni che talora ammorbano oltre il necessario il nostro ragionare e mi concentrerei su due temi. Il primo riguarda la qualità del management, argomento da tempo abbandonato a favore di altri quali, lo smart working, l’inclusione, la diversità, le nuove tecnologie. Al riguardo vorrei ricordare in primo luogo che diverse ricerche fatte in anni passati hanno evidenziato che la qualità del management è ciò che più influenza positivamente il clima aziendale. In secondo luogo, ritengo che i manager – ed io ne so qualcosa avendo avuto la fortuna di averne conosciuti tanti – svolgano soprattutto nei confronti dei giovani il ruolo di maestro, non tanto nel suggerire l’utilizzo delle ultime e più sofisticate tecnologie digitali ma ad esempio nell’indicare come affrontare scelte difficili e complesse, nel gestire situazioni conflittuali, nel coinvolgere in modo costruttivo i meno volenterosi: in altre parole, il capo come uno dei principali protagonisti nella talent attraction e retention. Sant’Agostino ricordava non a caso che la qualità dei tempi dipende dalla qualità degli uomini: aggiungerei di tutti, dei capi ancor di più. In secondo luogo, vorrei fare un doveroso riferimento all’intelligenza artificiale. Non è il mio terreno, ma sono certo che l’AI sia uno strumento straordinario, in grado di accrescere e valorizzare la potenzialità e l’originalità dei singoli individui senza sostituirvisi, sempre che sia l’uomo a gestirla e non viceversa: ai posteri l’ardua sentenza.
Quali suggerimenti ti sentiresti di dare ad un giovane che vuole entrare nel mondo del lavoro? è poi corretto e giusto “consigliare”?
Questa è una domanda che solleva un tema molto delicato e per certi versi “pericoloso”. Sì, insidioso perché spesso anche in buona fede si è portati a consigliare ciò che ognuno pensa sia la cosa migliore, frutto magari delle proprie esperienze, senza però mettersi nei panni degli altri e capire la situazione che stanno vivendo. In questo caso suggerirei di affidarci alla saggezza di Socrate che utilizzava il metodo dialogico (la maieutica) per aiutare l’interlocutore a scoprire la verità determinandola il più possibile in modo autonomo. Non spaventiamoci, non bisogna essere dei filosofi: è sufficiente essere persone di buon senso, sensibili, capaci di ascoltare e di porre le domande giuste. Ciò detto, quasi per contraddirmi, mi permetterei di dare un semplice consiglio ad un giovane: guardati allo specchio e segui sempre la tua passione, scegli quello che ti piace anche se è un qualcosa che parrebbe “fuori moda” od originale. Ma fallo bene. Direi fallo alla grande. E come ho avuto occasione di constatare nella mia vita, così facendo magari non si diventa ricchi ma si può dare un senso di serena positività alla propria esistenza.
Sviluppo organizzativo e selezione sono le due aree professionali dove hai maturato le esperienze più significative e che possono pertanto suggerire e stimolare un gran numero di domande. Per evitare il rischio di non fare la domanda più appropriata e pertinente, a te il compito di proporre un paio di riflessioni “a tuo piacimento”.
Nel rispondere a questa domanda mi scatta il ricordo di quando a scuola si doveva affrontare il tema d’italiano ed era necessario superare lo scoglio iniziale del “foglio in bianco”: allora – come oggi – era importante non farsi prendere dalla fretta e con calma (si fa per dire) tracciare il fil rouge di quello che si intendeva scrivere. Fatta questa premessa che mi ha dato modo di “prendere fiato” vorrei fare due brevi riflessioni. Per quanto riguarda il tema dello sviluppo organizzativo penso che l’azienda – guardando soprattutto ad un futuro sempre più tecnologico – debba essere molto attenta e rigorosa nel mettere a punto correttamente processi, procedure operative, regole di comportamento evitando al contempo di soffocare quegli spazi di creatività di pensiero e di intraprendenza che sono l’ossigeno di una sana organizzazione. La seconda riflessione riguarda il processo di selezione, in particolare il percorso che porta alla individuazione delle candidature, che sempre più si trova ad usufruire di una sterminata disponibilità di curricula. Una situazione che parrebbe vantaggiosa per l’azienda sempreché siano ben definiti a monte quelli che io chiamo i “paletti di riferimento”, cioè quei tratti distintivi (un suggerimento: che non siano numerosi) che caratterizzano il profilo ricercato. Dal momento che viviamo in un mondo sempre più veloce ed accelerato, penso che si debba evitare di farsi prendere dalla frettolosità e travolgere dalla quantità del “materiale a disposizione”, correndo il grave rischio di essere superficiali o di andare “molto per le lunghe”. Festina lente (Affrettati lentamente) dicevano saggiamente i Romani.
Ed ora l’ultima domanda che conclude così non solo l’intervista ma anche la rubrica. Al riguardo ti proponiamo un paio di riflessioni di una persona che ti è particolarmente cara: Papa Benedetto XVI.
La prima così recita: “L’eccessiva settorialità del sapere, la chiusura delle scienze umane alla metafisica, le difficoltà del dialogo tra le scienze e la teologia sono di danno non solo allo sviluppo del sapere, ma anche allo sviluppo dei popoli, perché, quando ciò si verifica, viene ostacolata la visione dell’intero bene dell’uomo nelle varie dimensioni che lo caratterizzano”.
La seconda: “La grandezza di una civiltà si manifesta nella sua capacità di recepire, di arricchirsi o di mutare; essa dipende dal fatto di non essere incapsulata in sé stessa, ma di possedere una dinamica di crescenza, per la quale è essenziale lo scambio del ricevere e del dare”. Cosa ne pensi?
Penso che le parole di Papa Benedetto XVI siano di per sé chiarissime e non richiedano alcuna spiegazione ancor meno da parte mia: l’importante è fare il possibile per “invertire la rotta”. Dopo oltre 50 anni trascorsi accanto e vicino alle aziende mi rendo conto che la cultura manageriale abbia bisogno di respirare “aria nuova”, di raccogliere sfide concettuali diverse, di aprirsi ad un rinnovato confronto di idee, di accettare il cambiamento della diversità. Una sfida molto impegnativa e non facilmente realizzabile, ma penso che valga la pena di essere affrontata: sarà questo il mio impegno per i prossimi anni. Così se da un lato la società Boniardi&Partners porterà a termine nel 2026 il suo “viaggio di lavoro”, dall’ altro Renato Boniardi continuerà ad essere una presenza attiva e propositiva nel campo dell’organizzazione del lavoro, della valorizzazione delle persone e dell’insegnamento universitario.
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